Tiburtina, estetica decadente sotto PM10 (Il Kebbabbaro di notte)

barbone tiburtinaA leggere Dostoevskij quando disegna a lettere la decadenza delle metropoli russe fatte di sudicio, anime vaganti, rumore, a me vengono in mente le strade di Tiburtina, i suoi marciapiedi, i suoi muri neri, il frastuono.

Una città sporca ti allontana da se. Se ti fa schifo pure toccarla, allora non c’è modo di entrare in contatto. Le cose belle viene naturale possederle, ma se non tocchi non puoi possedere, non puoi amare.

Disfacimento e decoro, alienazione e umanità: si alternano scomposti, impari, stanchi.

Questa notte prima di tornare a casa sono passato dal kebbabbaro qui sotto. Dentro il locale – un magazzino di pochi metri quadri – fa un caldo assurdo. Mentre il signorone egiziano mi taglia la carne e si asciuga la fronte con l’avambraccio entrano due ragazzini zingari e si mettono in fila per essere serviti.
Lo sguardo del kebbabbaro cambia in un secondo. Gli occhi spalancati. Taglia la carne senza neppure guardarla: tiene lo sguardo sui due ragazzetti – un ragazzo e una ragazza – e non appena finisce di tagliare con voce grossa gli grida: “E allora? Ce li avete i soldi? I soldi, capito?!”, e allunga la mano verso loro strofinando l’indice e il pollice.

Il ragazzino annuisce timido, forse spaventato.

- “Allora, cosa volete!?”

I due si consultano e lui dice in fretta: “due kebab”, e dopo qualche secondo si corregge “anzi uno!”.

L’egiziano sbotta: “La prossima volta che cambi non ti do niente capito!? Qui c’è da lavorare! Non farmi perdere tempo! Capito?”

Poi si gira verso di me: “sono tre euro… ciao! Buona serata!”.

Pago, esco.

~ di tiburtina su Settembre 6, 2007.

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